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Lettera alla professoressa della scuola Giovanni Verga di Centocelle: che cosa significa vivere insieme?

Dopo l’aggressione alla professoressa della scuola Giovanni Verga di Centocelle e l’intervento di un giovane studente di origine congolese, Carlo Sansonetti riflette sul significato dell’accoglienza e della convivenza. Una domanda attraversa tutto l’editoriale: che cosa significa davvero vivere insieme?

Gentile professoressa,

mi ha profondamente colpito una delle sue prime dichiarazioni dopo l’aggressione. Lei ha detto di voler tornare a scuola e di voler incontrare il ragazzo che l’aveva accoltellata, per abbracciarlo e cercare, insieme alla scuola e alla sua famiglia, una strada per aiutarlo a ritrovare un senso più umano della vita.

In quelle parole ho riconosciuto qualcosa di grande: la capacità di non fermarsi all’atto tragico, per quanto terribile, ma di continuare a vedere nel ragazzo che lo ha compiuto una persona da recuperare. Non è poco. Anzi, forse è una delle prove più difficili che possano essere chieste a un essere umano.

Per questo mi ha colpito ancora di più un’altra sua dichiarazione: quella nella quale, ringraziando il suo giovane alunno di origine congolese che è intervenuto per fermare l’aggressione e forse impedire la sua stessa uccisione, ha ribadito di essere favorevole alla “remigrazione”.

Non voglio discutere qui le sue convinzioni politiche. Vorrei piuttosto fermarmi davanti alla contraddizione che questa vicenda mette sotto i nostri occhi.

Lei ha incontrato, nel momento della maggiore vulnerabilità, due ragazzi. Uno ha impugnato un’arma contro di lei. L’altro, senza sapere quale sarebbe stato l’esito del suo gesto, è intervenuto per fermarlo e proteggerla. È stato proprio un ragazzo nato in Congo, oggi compagno di classe del suo aggressore, a interrompere la violenza.

E allora la domanda che questa storia ci pone non riguarda soltanto quel ragazzo, né soltanto lei. Riguarda tutti noi.

Che cosa significa davvero vivere insieme?

Possiamo riconoscere nell’altro, quando ci salva, tutta la sua umanità e nello stesso tempo ritenere che persone come lui debbano essere rimandate altrove? Possiamo accogliere con commozione il gesto concreto di una persona e, nello stesso tempo, essere convinti che lui appartenga a una società diversa dalla nostra e che quindi è da rimuovere e da allontanare forzosamente dal nostro paese?

Forse questa vicenda ci chiede qualcosa di più profondo.

Non possiamo sapere se quel giovane congolese abbia agito in quel modo perché è “migrante”, né possiamo attribuire ai migranti qualità che appartengono semplicemente a tutte le persone che rimangono umane. Ma possiamo riconoscere un fatto: quel giorno, in quella classe, un ragazzo ha scelto di mettere a rischio se stesso per difendere un’altra persona.

E questo gesto ci interroga.

Ci interroga anche perché la stessa aggressione sembra essere stata accompagnata dal tentativo di trasformare la violenza in spettacolo attraverso una ripresa video e una diretta social, secondo quanto stanno accertando gli investigatori.

Qui forse si trova una questione che va oltre l’immigrazione.

Viviamo in una società nella quale la violenza può diventare immagine, la sofferenza può diventare spettacolo e l’altro può diventare rapidamente un nemico, un estraneo, qualcuno da allontanare. Ma dentro questa stessa società esistono ancora persone capaci di interrompere tutto questo con un gesto semplice e radicale: mettersi dalla parte di chi sta soffrendo.

Da più di venticinque anni, come Sulla Strada, camminiamo accanto a bambini, donne e famiglie in Guatemala. Abbiamo incontrato persone che vivevano in condizioni di povertà, di sfruttamento aberrante e di esclusione. E, con il passare degli anni, ci siamo accorti di una cosa che all’inizio forse non avevamo compreso: mentre pensavamo di portare qualcosa a quelle comunità, spesso erano loro a restituire qualcosa a noi.

Ci hanno aiutato a riscoprire valori che la nostra società, nella sua corsa verso l’efficienza, il possesso e la spettacolarizzazione della vita, rischia di smarrire e dimenticare.

Per questo oggi guardiamo a quella classe di Centocelle non soltanto con dolore per la violenza che lei ha subito, professoressa, ma anche con attenzione per il gesto di quel ragazzo congolese.

Forse non dovremmo chiederci come difenderci da ciò che viene da fuori. Dovremmo invece chiederci che cosa possiamo imparare da chi viene da fuori.

Perché il problema non è stabilire quale popolo possieda più umanità. Sarebbe una nuova forma di divisione. Il problema è capire se siamo ancora capaci di riconoscere l’umanità quando essa si manifesta davanti a noi, anche quando proviene da una persona che non corrisponde alle nostre idee, alla nostra storia, alla nostra cultura o alla nostra appartenenza.

Gentile professoressa, lei ha detto di voler abbracciare il ragazzo che l’ha ferita. È un gesto che contiene una possibilità enorme: quella di non permettere alla violenza di avere l’ultima parola.

Forse la stessa possibilità dobbiamo esercitarla anche nei confronti dell’altro ragazzo, il congolese, che noi consideriamo straniero.
Non soltanto accogliendolo, ma riconoscendo che può essere, anche per noi, una persona dalla quale ricevere qualcosa.

Forse il mondo dei poveri, il mondo dei migranti, il mondo di chi arriva da altre storie e da altre culture non è soltanto un mondo del quale avere paura, da una parte, e al quale dobbiamo offrire opportunità di vita, dall’altra.

Forse è anche un mondo dal quale possiamo ricevere nuove possibilità di umanità.

E forse la domanda che dicevo all’inizio, la domanda decisiva, davanti a questa tragica storia, non è soltanto chi vogliamo lasciare entrare o chi vogliamo mandare via, ma:

quale essere umano vogliamo diventare, insieme agli altri?

Carlo Sansonetti, presidente di Sulla Strada

L'editoriale di

Carlo Sansonetti

Presidente di Sulla Strada

Carlo Sansonetti è presidente di Sulla Strada. Attraverso questa rubrica condivide riflessioni, esperienze e punti di vista sui temi dell'accoglienza, dei diritti, della cooperazione internazionale e dell'impegno sociale.

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