La mattina dell’8 luglio, un boato ha attraversato il territorio di Borgorose, in provincia di Rieti. È stato avvertito a chilometri di distanza, prima che le fiamme e il fumo rendessero visibile ciò che era accaduto. Un’esplosione aveva distrutto una struttura della Pirotecnica Mattei, a Torano di Borgorose. Sotto le macerie hanno perso la vita Simone Colle, 30 anni, e sua madre Teresa Tozzi, 60. I soccorritori non hanno potuto fare nulla per salvarli.
Due persone, una madre e un figlio. Due vite interrotte in pochi istanti mentre venivano trattati materiali destinati alla produzione di fuochi d’artificio. Di fronte a una tragedia simile, il primo pensiero non può che andare a loro, ai familiari e a una comunità costretta a confrontarsi ancora una volta con il dolore.
Una tragedia che riapre una ferita
Quell’“ancora una volta” pesa. Nel luglio del 2023 un’altra esplosione collegata alla stessa attività aveva provocato la morte di Franco Colle e dei suoi figli Anna e Claudio. Le tre persone stavano confezionando fuochi d’artificio in un’abitazione privata non autorizzata.
Nel giugno del 2025 i titolari dell’azienda avevano patteggiato una condanna a quattro anni ciascuno per i reati contestati in relazione a quell’episodio. La fabbrica, dopo il dissequestro, aveva ripreso l’attività. Ora una nuova esplosione ha riportato la morte negli stessi luoghi.
La Procura di Rieti ha aperto un’indagine per accertare le cause e le eventuali responsabilità. Saranno gli inquirenti a stabilire che cosa sia accaduto e se il nuovo incidente abbia elementi in comune con quello precedente. Le domande, tuttavia, restano inevitabili. Riguardano la sicurezza sul lavoro, i controlli e le condizioni nelle quali vengono manipolati materiali altamente pericolosi che non ammettono errori.
Ma prima ancora delle domande restano cinque vite: quelle spezzate nel 2023 e quelle di Simone e Teresa, morte l’8 luglio 2026.
Ciò che non vediamo dietro i fuochi d’artificio
I fuochi d’artificio appartengono al nostro immaginario della festa. Illuminano il cielo durante ricorrenze, celebrazioni e momenti collettivi. Per chi li osserva durano pochi minuti, ma molto più difficilmente pensiamo al lavoro che li precede.
Dietro ogni esplosione luminosa esistono persone che preparano, assemblano, trasportano e maneggiano sostanze altamente pericolose. Esistono procedure di sicurezza che devono essere rispettate, ambienti adeguati, controlli e responsabilità precise.
La tragedia di Borgorose ci obbliga a guardare ciò che normalmente rimane fuori dal nostro campo visivo: il rischio umano nascosto dietro un prodotto associato quasi esclusivamente alla gioia.
Un rischio diverso, nelle mani dei bambini
A migliaia di chilometri da Borgorose, in alcune comunità del Guatemala, la produzione pirotecnica presenta caratteristiche profondamente differenti. Qui il problema non riguarda soltanto la sicurezza dei lavoratori adulti, ma coinvolge anche bambini e adolescenti impiegati nella produzione e nella manipolazione di petardi e piccoli fuochi artigianali, spesso chiamati cohetes o cohetillos.
Non si tratta di sovrapporre due realtà che hanno condizioni economiche, normative e produttive diverse. Sarebbe scorretto assimilare un’impresa italiana, sulla quale è in corso un’indagine, ai laboratori informali o alle lavorazioni domestiche diffuse in alcune aree del Guatemala.
Il punto di contatto è più essenziale: dietro il rumore e la luce dei fuochi possono esistere persone esposte a un pericolo che il consumatore finale non vede. In Guatemala quel pericolo può arrivare fino alle mani dei bambini.
Quando il lavoro entra nelle case
La produzione dei cohetes può avvenire in contesti domestici e informali, dove la distinzione tra casa e luogo di lavoro diventa sottile. I bambini possono partecipare alle fasi più ripetitive della lavorazione: preparare le micce, legare piccoli petardi, comporre file di esplosivi o maneggiare materiali infiammabili. Sono attività che richiedono precisione manuale, ma che li espongono al rischio di ustioni, esplosioni e danni alla salute.
Quando il lavoro entra nelle case può apparire normale. Può essere percepito come un aiuto alla famiglia, una tradizione o una necessità economica. Ma un’attività pericolosa non diventa meno pericolosa perché viene svolta tra le mura domestiche, e il lavoro di un bambino non diventa accettabile perché contribuisce al reddito familiare.
Ogni ora trascorsa a produrre petardi può inoltre sottrarre tempo alla scuola, al gioco e alle relazioni. Può restringere l’orizzonte di un bambino fino a far apparire quel lavoro come l’unico futuro possibile.
L’educazione come alternativa concreta
Contrastare il lavoro minorile non significa giudicare le famiglie che vivono in condizioni di povertà. Significa comprendere perché un genitore possa sentirsi costretto a coinvolgere i propri figli nel lavoro e costruire alternative reali: accesso alla scuola, sostegno economico, accompagnamento familiare, protezione e opportunità per gli adulti.
È in questa direzione che opera Sulla Strada in Guatemala. Attraverso i suoi progetti educativi, l’associazione accompagna bambini e famiglie perché la scuola possa diventare una possibilità concreta e continuativa: non una soluzione astratta, ma uno spazio sicuro nel quale imparare, crescere e immaginare un futuro diverso.
Allontanare un bambino dalla polvere da sparo non basta, se fuori dalle capanne in cui lavorano non esiste un’alternativa. Per questo l’educazione deve essere accompagnata dalla vicinanza alle famiglie e da un lavoro quotidiano nelle comunità. Il cambiamento non nasce da una semplice proibizione, ma dalla possibilità di scegliere una strada diversa.
Non tutti i boati sono uguali, ma tutti chiedono ascolto
Il boato di Borgorose appartiene alla storia di Simone Colle, Teresa Tozzi e delle altre persone morte nel 2023. Deve essere ricordato innanzitutto per ciò che è stato: una tragedia del lavoro sulla quale occorre fare piena chiarezza.
Il rumore dei cohetes in Guatemala racconta un’altra realtà: quella di bambini che possono essere coinvolti in attività pericolose perché la povertà restringe le possibilità delle loro famiglie. Entrambe le vicende ci impongono di guardare oltre lo spettacolo, domandandoci chi abbia preparato ciò che esplode, in quali condizioni e assumendosi quali rischi.
Perché, quando il cielo si illumina, il lavoro che ha preceduto quella luce scompare dalla vista. Le persone, invece, non devono scomparire.