PAROLE E SENSAZIONI SPARSE, COME COLORI ROVESCIATI

di Laura Pettenon

 

Sono a casa da una manciata di giorni, e la vita del Cerro La Granadilla sembra già così lontana.

Perciò mi aggrappo a questa malinconia che sento stringermi la gola, mi affido a lei che mi bussa, vuole ricordarmi che è tutto vero: veramente una settimana fa ero al Cerro; veramente ho passato gli ultimi undici mesi in un piccolo villaggio circondato dalla milpa dai boschi dalle strade sterrate; veramente la mia colazione era immersa nel silenzio interrotto solo dal canto degli uccelli; veramente ogni giorno un microbus mi portava avanti e indietro su una strada tutta buche e scossoni; veramente il “buenos dias” e il “buenas tardes” scandivano le giornate; veramente attorno a me c’era tanto, tanto, tanto colore. E caos. Era un caos colorato. Movimento costante, bulla (caos, appunto) di musica raggaeton e cumbia sulle camionetas addobbate di luci come alberi di Natale.

Un movimento frenetico e costante che però non ricordava neanche lontanamente la fretta occidentale, le giornate erano piene e intense, ma non di scadenze e impegni concatenati che fan venire mal di testa.

Il nostro era uno stile di vita senz’altro privilegiato. Non siamo certo entrate nelle vite delle persone del Cerro per indossare i loro panni e vivere al loro ritmo: non avremmo retto. Il nostro ritmo era altra cosa. Era un ritmo che abbiamo costruito noi, un po’ per volta, accostandoci a loro, ma rimanendo comunque osservatrici. Accompagnando, in alcuni momenti, per qualche tratto di strada.

Dove la porta ci veniva aperta, entravamo e ci ponevamo in ascolto, e con i nostri occhi cercavamo di comprendere e non giudicare. In quelle poche ore che las mujeres de La Granadilla, del Eden, di Limones e Parcelas riuscivano a dedicare a loro stesse, noi eravamo lì ad aspettarle, per imparare e ridere insieme. Quando hanno iniziato a riconoscere in noi delle amiche, dopo i timidi silenzi delle prime settimane, hanno cominciato a confidarsi, a chiederci un aiuto, un consiglio. A chiederci di esserci, con loro, di entrare un po’ di più dentro a quella vita. Entrare in casa, entrare in famiglia, accettare l’invito a un compleanno, a una veglia funebre, a una cena compartida, condivisa. Assaggiare il pinol, il pepian, sgranocchiare insieme un elote asado. Preparare delle crepes per merenda.

Per me condividere il momento della comida, del pasto, dalla preparazione al muchas gracias e provecho finale, è da sempre qualcosa di profondamente intimo, un momento sacro che unisce e avvicina le persone, fa collimare mondi lontani in un boccone squisito. Lo stupore delle donne ogni volta che raccontavamo, per l’ennesima volta, che in Italia non si mangiano le tortillas. La risata nel chiederci se è questo il segreto per essere in forma.

Condividendo momenti e attività molto semplici, si sono creati legami forti. Un affetto profondo, che abbiamo visto esplodere nelle battute finali del nostro servizio, tra feste a sorpresa, inviti a casa e piccoli doni.

Grazie alla fiducia reciproca costruita giorno per giorno, attività dopo attività, si è potuto fare qualcosa che pareva molto grande. Si stanno costruendo, un pezzetto alla volta, delle comunità di donne forti, autonome, consapevoli.

Con storie di vita complicatissime, per niente divertenti, ma che si sanno divertire, unire, organizzare. Che stanno iniziando a darsi la mano e a tirar fuori la propria voce. Insieme ci siamo messe in gioco, ci siamo confrontate e capite. Ci siamo aiutate a vicenda. Ci siamo insegnate molto.

Chi ha appreso più da chi non si riesce a dirlo, c’è sempre stata orizzontalità, siamo donne che si incontrano, che si sostengono, che chismeano e bromeano (spettegolano e scherzano) tutto il tempo e nello stesso tempo si stringono e come onde crescono, crescono fino a travolgere e bagnare tutto quanto. Insieme siamo uscite per strada, abbiamo cercato di decostruire queste immagini per niente realistiche di vittime, di non-lavoratrici, per guardarci negli occhi e riconoscerci protagoniste, testa mani cuore braccia, corpi-anime in movimento costante, quella bulla colorata di cui parlavo all’inizio, musiche senza fine dentro a tessuti sgargianti. Persone incredibili che ho avuto il privilegio di conoscere e che hanno permesso anche a me di ri-conoscere in me stessa il colore e la musica della femminilità. Il termine che si è usato, in tutti i gruppi con cui lavoravamo ogni giorno, era compañeras. Un termine bellissimo.

Siamo compagne di lotta, di vita pulsante. Per un po’ e per sempre compagne di strada, di terra e di sogni.

Gracias compañeras, y ¡qué viva las mujeres!

Laura Pettenon
Volontaria dei Corpi Civili di Pace 2025-2026 con Sulla Strada OdV