Quando accompagno mia nipote a scuola
Capita qualche volta che accompagno mia nipote a scuola.
La guardo entrare dal cancello con lo zaino sulle spalle, poi, prima di sparire nel corridoio, si gira sempre verso di me. Sorride e mi saluta con un piccolo cenno della testa. È un gesto semplice, quasi distratto, ma pieno di fiducia. Una volta che è entrata mi sento tranquilla e posso iniziare la mia giornata sapendo che è in un luogo sicuro.
La scuola è questo per tutti noi: il posto dove ogni mattina lasciamo i nostri figli e i nostri nipoti con la certezza che lì dentro qualcuno si prenderà cura di loro. La scuola educa, forma, protegge. È uno dei pochi luoghi del mondo che dovrebbero essere inviolabili, perché rappresenta il futuro.
Per questo pensare alla scuola come a un obiettivo militare è qualcosa che supera ogni limite umano.
In questi giorni una scuola in Iran è stata bombardata durante le ore di lezione. Dentro c’erano bambine tra i sette e i dodici anni.
Centosessantacinque di loro sono state uccise.
Non erano soldati, non erano combattenti: erano bambine sedute ai loro banchi.
Qualcuno ha premuto un pulsante sapendo che lì dentro c’erano bambini, qualcuno ha accettato che potessero morire e qualcuno ha già deciso che quelle vite potevano essere considerate “danni collaterali”.

È una cosa che provoca nausea. Non esiste altra parola.
Dietro quei numeri ci sono volti, famiglie, giochi lasciati a metà, quaderni aperti sui banchi.
Questa tragedia immane si somma a tutto quello che sta succedendo a Gaza dove, in poco tempo, migliaia e migliaia di bambini hanno perso la vita sotto i bombardamenti. Una generazione intera sta pagando il prezzo di una guerra che non ha scelto e che non può comprendere.
Di fronte a tutto questo non possiamo abituarci. Non possiamo accettare che la morte dei bambini diventi una statistica da scorrere distrattamente tra una notizia e l’altra. Non possiamo considerare normale che una scuola venga bombardata mentre i bambini stanno facendo lezione.
C’è poi un’altra domanda che ci riguarda più da vicino, come cittadini. È difficile non pensare al fatto che viviamo in un Paese che continua a intrattenere relazioni politiche, economiche e militari con chi sta conducendo questa guerra.
Sapere che il nostro Stato collabora, vende armi o sostiene alleanze che contribuiscono a rendere possibili queste operazioni militari pone una questione morale che non possiamo ignorare. Non si tratta di semplificare la complessità dei conflitti internazionali, ma di riconoscere che esiste una responsabilità collettiva ogni volta che il diritto internazionale e la protezione dei civili vengono messi da parte.
Chi lavora ogni giorno accanto ai bambini, come noi, sa che esiste un principio semplice che dovrebbe valere sempre e ovunque: i bambini non appartengono a nessuna guerra. La loro vita è sacra come è sacra la loro innocenza e dovrebbe essere la prima cosa da proteggere.
Quando la prossima volta accompagnerò mia nipote a scuola e la vedrò girarsi per salutarmi con quel suo piccolo cenno della testa, penserò anche alle bambine che non hanno avuto il tempo di uscire dal loro edificio scolastico e tornare a casa. E continuerò a chiedere, con fermezza e senza più accettare silenzi o giustificazioni, che la protezione dei bambini torni ad essere una linea invalicabile per tutti.
Perché quando i bambini diventano “danni collaterali”, qualcosa della nostra umanità è già stato perduto.
Lorella Pica
Fondatrice Sulla Strada OdV