IL 25 APRILE, I BAMBINI DI GAZA E LA SOCIETÀ CIVILE (CIOÈ NOI)

di Carlo Sansonetti

IL 25 APRILE, I BAMBINI DI GAZA E LA SOCIETÀ CIVILE (CIOÈ NOI)

di Carlo Sansonetti

Riappropriarsi del 25 aprile è un bisogno e un dovere.

Questo significa restituire verità ai simboli, ridare loro vita. Questo dipende da noi, non dalle Istituzioni, dipende da me e da te, non da altri.

I simboli sono fondamentali, ma solo se hanno la capacità di indicare efficacemente una realtà più grande, molto più grande.

La piccolissima scuola (20 mq, tre pareti di tavole tarlate, un tetto arrugginito di lamiere, il pavimento di terra) che abbiamo voluto aprire nel 2001 in Guatemala, non era fondamentalmente l’inizio di un progetto già chiaro nella nostra mente, ma il segno forte – il simbolo – di un sogno enorme che avevamo nei nostri cuori, dai contorni ancora indefiniti, ma la bambina/il bambino che ne era al centro aveva già impressa, evidentissima per noi, l’infinita dignità che avrebbe ricevuto.

Quella bambina, quel bambino, di 23 anni fa, li vedo oggi in ogni piccola figlia e figlio di Gaza, massacrati dentro un genocidio che sta colpendo le loro famiglie, i loro compagni di scuola, l’intero loro popolo. La vendetta del “70 volte 7” ha scalzato la giustizia e la sete di giustizia, per sostituirla solo con la sete di lei.

I bambini in Guatemala erano ridotti in schiavitù perché chi avrebbe dovuto vedere, ascoltare e parlare, non l’ha fatto; e se i bambini a Gaza muoiono sotto le bombe è perché noi abbassiamo lo sguardo e non alziamo la voce, anestetizzati dai bei modi e dai sorrisi con cui i generali e i politici massacratori annunciano le loro spedizioni di vendetta e i nostri li giustificano.

Durante il Ventennio fascista, il popolo – noi – si è sottomesso a un dittatore assetato di potere (e di sangue) e lo ha seguito come un gregge senza più dignità, ragionando con la pancia e non col cervello, con le emozioni e non con la retta coscienza.

Gridare queste cose, richiamare l’attenzione di tutti su questa umanità presa di mira, su questa umanità rasa al suolo in modo sistematico e freddo, è un dovere di tutta la Società Civile, è un lascito a ciascuno di noi da parte dei nostri nobili padri, che hanno combattuto coerentemente e con onestà la loro battaglia partigiana per la nostra liberazione. Nessuno glielo aveva ordinato, solo la loro coscienza glielo aveva imposto: credere, obbedire e combattere era passato remoto per loro, il loro presente era solo il bisogno di libertà, di responsabilità e di democrazia.

Perciò, quando oggi nel nostro Paese permettiamo che i politici dicano tutto e il contrario di tutto e ne rimaniamo imbambolati, quando fanno le macchiette e sorridiamo divertiti, quando non partecipiamo e deleghiamo in modo passivo, quando non ci indigna nel più profondo che la nostra Polizia di Stato carichi con manganellate violente i nostri adolescenti, né ci  scandalizziamo più per le centinaia di migranti che potrebbero essere tratti in salvo dalle ONG, ma la legislazione (iniqua e blasfema) non lo permette e migliaia di loro continuano a morire nel Mediterraneo, quando si censurano e si indicano alla pubblica condanna scrittori che esprimono il loro pensiero, quando succede tutto questo e deleghiamo ad altri la soluzione di quello che per noi non costituisce problema, allora la Costituzione sta morendo perché è morta la memoria degli enormi sacrifici sofferti per la nostra liberazione.

L’antifascismo dovrebbe essere la base su cui costruire il nostro futuro. Invece, di antifascismo non si vuole più parlare affermando che oramai è obsoleto.

Ma la nostra Costituzione è impregnata di antifascismo e lo dice chiaro già nel suo primissimo articolo, perché il fascismo era stato – perché il fascismo sempre è – una dittatura, mai e poi mai una Repubblica democratica; perché il fascismo si fonda sulla paura, non sul lavoro; perché il fascismo non conferisce mai la sovranità al popolo, ma usa il popolo per i suoi turpi fini di potere, di dominio e di morte. Per questo, proprio all’inizio, la nostra Costituzione “ruggisce”:

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo,
che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

La Costituzione si mette nelle nostre mani, nei nostri cuori, nei nostri ragionamenti, nelle nostre stesse scelte per poter sopravvivere e far vivere nella pace e nella democrazia noi e i nostri figli e nipoti. La Costituzione si fida di noi. Affidiamoci alla Costituzione e non permettiamo ne sia fatto scempio.

 Carlo Sansonetti

Presidente Sulla Strada OdV

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